Ventinove. Casta e purezza

Bina mi ha portato a casa del suo migliore amico Suman – un Newari come lei, ma molto più ricco, che vive in una casa molto grande, di cemento, con il frigorifero e una stanza a testa. La differenza era palese, ma per i soliti noiosi canoni occidentali, poteva essere un vecchio scarno palazzo occupato.

Ma i muri erano dipinti di azzurro, nella cucina c’erano un vaso per l’acqua a forma di lampada di Aladino e una lunga stuoia di paglia intrecciata e colorata come divano. Dettagli che rendevano la casa magica, tra i muri rovinati e le finestre senza vetri. Al piano terra sua madre seguiva i tessitori che cucivano le camicie con la nipotina appesa al collo e il sari rosso che la seguiva svolazzando.

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Ventotto. Kathmandu.

Camminavo per Kathmandu, con i suoi marciapiedi di cemento semi intatto, le strade con le strisce pedonali appena accennate e gli autobus urlanti a raccogliere passeggeri. Ad un angolo ho visto due donne, vestiti tradizionali, accucciate a terra a cambiare un bimbetto smocciolante e sorridente, proprio come si fa nelle colline.

Quei tre me li sono visti sulla copertina di una di quelle riviste tipo Gente o Donna con un titolo ad effetto sulla povertà, sulla donna, o sui paesi del “terzo mondo” – insomma la loro immagine accostata ad articoli piangenti. Capisco perché si faccia, aiuta a bloccare gli occhi su una scena e provocare un certo sentimento di compassione. E molte volte è pure che le storie sono tremende. Continue reading

Ventisette. Strani-Ero.

Quando ero a Dang, continuavo a ripetere che mi sarei fatta fare un Kurta (un abito tradizionale) su misura e che lo avrei portato per le vie polverose di Gorahi. In realtà non l‘ho mai fatto, non ho mai davvero avuto voglia.

Marta in Nepal prendeva spunto, cambiava abitudini o si smussava, ma sempre io ero, e sentivo in parte che l’abito mi avrebbe poi davvero potuto rendere monaca – io non lo sono.

Mi sentivo un pò un’africana che viene in Europa e si mette sempre le sue stoffe colorate addosso. Continue reading

Ventisei. Eyjafjallajökull.

Kathmandu. Sto lasciando il paese delle meraviglie. Anche se l’autista guida tra strade semideserte e polverose e c’è la nebbiolina che rende tutto più grigio, a me torna in mente Rolpa. Il verde e il giallo dei campi, il blu del cielo dalle mille tonalità, e i colori delle donne”. Scribacchiavo questo, nell’auto, mentre andavo all’aeroporto. Ma non sapevo che non sarei partita. Continue reading

Ventiquattro. La porta del Paradiso

Un Bandh mi ha regalato tre giorni in più a Gorahi, bloccando la strada per uscire dalla valle di Dang. Così siamo andati a Sworgadwari, un tempio tra le colline verso Nord, dove si va in pellegrinaggio e che pare che se esprimi un desiderio si avvera. Siamo andati in una sconquassata macchina affittata. Mulinelli di vento e polvere che si infilavano tra gli spifferi dei finestrini riempivano la bocca e impedivano la vista. Dall’alto delle colline l’afa di caldo copriva tutto con un velo opaco. Continue reading

Ventitre. Le rughe e la polvere

Una volta abbiamo dovuto cambiare rotta per evitare un Bandh. Abbiamo attraversato la parte nord di Rolpa guadando fiumi e circumnavigando montagne di rocce esposte, dove le strade non ci sono quasi. Avevamo passato terrazze di risaie verdi che abbracciano le colline, le casette con i tetti di fuscelli illuminate dal sole caldo, gli alberi immobili e i fiumiciattoli che si uniscono per disegnare una gran curva a valle, come un canyon millenario. Continue reading

Ventidue. Buio

Tra una settimana lascio Dang e mi trasferisco a Kathmandu fino a quando non salirò sull’aereo che mi riporterà a Londra. E’ difficile pensare che questo posto non sarà più casa mia, che Rolpa non sarà più fuori dalla mia finestra verso Nord, ad un battito di occhi, che non potrò più unirmi al team per supportare  i progetti.

Ma va bene, anche questa è finita e ce ne saranno altre. Di certo mi rimane un dolcissimo sapore in bocca, anche se ora che c’è vento è sempre piena di polvere. Continue reading

Ventuno. Pillole di Nepal

Qualche giorno fa è nato il figlio di Saru, l’assistente logista. La moglie l’eravamo andata a trovare il giorno prima, e ci aveva cucinato il pranzo muovendo le pentole con leggerezza, con questa pancia gigante e la schiena incurvata. Saru è un ometto basso basso, con un sorriso dolcissimo che gli arriva alle orecchie e che gli scopre i denti bianchi. La moglie è silenziosa, scura di pelle, con dei bellissimi occhi a mandorla e le labbra sottili. Si spostava tra le stoviglie con i monili d’oro delle colline appesi alle orecchie e al collo e uno scialle intorno alla pancia. Fino a qualche settimana fa era ancora a casa a lavorare ed occuparsi della loro altra figlia, e poi è venuta qui a Gorahi, in attesa del parto. Continue reading